ブログ

このセクションではヴェルディッキオの世界がご覧いただけます。: 当博物館の活動に関する最新ニュー スを始め、世界でも類まれなワインであるヴェルディッキオを産んだ伝統や人々、環境が築いた生態系に 関する全ての事柄などを知ることができます。さらにこのワインに関する知識を深めたい方のために、マ ルケ州出身でこの郷土の専門家である高名な歴史学者、チェッカレッリ教授の監修による学習セクション もご用意しております。

L’antico splendore di Montecarotto

L’antico splendore di Montecarotto

By museosartarelli on 15 7月 2019 in 歴史

Il suo nome Mons arcis ruptae ricorda con tutta probabilità un antico feudatario del luogo o qualche costruzione molto più antica. A cavallo tra le valli dell’Esino e del Misa, attorno ad essa sorse un agglomerato rurale che nel corso dei secoli XI-XII acquistò progressivamente consistenza. Trasformatosi in castello, entrò a far parte del Contado di Jesi nel 1200 divenendo insieme a “Massaccio” (Cupramontana) uno dei due castelli più importanti dell’intero territorio di Jesi.

Proprietà del vescovo di Jesi, egli lo cedette alla città insieme a Poggio San Marcello. Nel 1509 fu completata la ricostruzione della monumentale cinta muraria attribuita a Giacomino di Albertino da Cremona. Nel 1903 fu abbattuta la porta orientale, la porta principale del castello, ottenendo così l’ampia piazza che si apre davanti al teatro comunale del 1877.

La testimonianza del suo splendore antico si ha nella chiesa-collegiata di Santa Maria Annunziata che, secondo gli studiosi, “per le suppellettili d’argento, legni dorati e opere d’arte che vanno dal XVI al XX secolo, ne fanno una delle chiese più ricche e degne della Vallesina”.

Fu famosa per ben tre secoli, dal 1500 al 1800, la Scuola Organaria di Montecarotto, i cui organi sono stati e sono ancora strumenti musicali di gran valore. In questi secoli ha vissuto nella cultura e nell’arte momenti di grande splendore. Negli ultimi decenni, nonostante il forte decremento demografico che ha caratterizzato l’intero comune, ha provato a tenere fede alla sua tradizione.

Riccardo Ceccarelli

San Paolo di Jesi

San Paolo di Jesi

By museosartarelli on 20 6月 2019 in 歴史

I suoi amministratori vollero che si aggiungesse “di Jesi” nel 1863, sia per distinguere il loro paese da altre località con lo stesso nome, sia per ufficializzare nel nuovo stato unitario quello che per secoli, almeno fino al Millesettecento, nello Stato Pontificio, era stata la dizione consueta. Sorto come agglomerato attorno ad uno ormai scomparso monastero di San Paolo, nelle vicinanze dell’attuale paese, divenne nel corso del XIII secolo un piccolo centro fortificato (castrum) ai confini tra il contado di Jesi e quello di Osimo. Ha fatto sempre parte del contado di Jesi, come comunità autonoma, ma avendo pur sempre stretti rapporti con la città, in particolar modo per le proprietà terriere e per prodotti quali grano e vino. Durante il regime fascista fu incorporato a Staffolo costituendo una sola unità amministrativa. Caratteristica del suo territorio sono alcuni piccoli vulcani di fango, “bagni” o “bollitori”, vale a dire emissioni di fango bollente che acquistano la forma di un piccolo cono. Un piccolissimo paese con una popolazione quasi sempre al di sotto dei mille abitanti e che ha conservato il suo orgoglio e la sua tenacia nel lavoro.

Riccardo Ceccarelli

Staffolo, pieno di molto vino

Staffolo, pieno di molto vino

By museosartarelli on 16 5月 2019 in 歴史

Lo trovarono così nel marzo del 1354 i soldati di Montreal d’Albarno, detto Fra Moriale, durante il saccheggio del castello di Staffolo, “pieno di molto vino”, stando a quanto scrive il cronista fiorentino Matteo Villlani (1295-1362) nelle sue Storie. Alcuni umanisti del Cinquecento lo vollero indebitamente legare alle origini greche, da “staphilé”, grappolo d’uva, creandovi sopra alcune leggende. La storia ci dice invece che Staffolo, fu luogo fortificato in zona di confine al tempo della dominazione longobarda, come lascia intendere l’origine del nome da “staffal”, palo di confine, cippo, indicando il territorio di confine tra il ducato longobardo di Spoleto e la Pentapoli bizantina. La prima citazione di Staffolo si ha nel 1150. Nel corso del XIII secolo fu libero comune, non fu mai a differenza dei castelli dei dintorni, se non sporadicamente, assoggettato a Jesi. Ebbe propri statuti redatti tra il 1544 e il 1546; fu sempre sotto la giurisdizione di Osimo. Di grande interesse sono la cinta muraria con torrione del Quattrocento e il tessuto urbano medioevale, prevalentemente restaurato. La chiesa parrocchiale ha il portale romanico e contiene il Polittico di S. Egidio abate del Maestro di Staffolo, capolavoro del XV secolo. Notevoli sono le architetture civili dei secoli XVI-XVII. La sua economia, prevalentemente agricola, come nei secoli passati, ha nella viticoltura la sua espressione più importante.

Riccardo Ceccarelli

Castelbellino: il primo del Contado

Castelbellino: il primo del Contado

By museosartarelli on 18 4月 2019 in 歴史

Si chiamava Morro Panicale, Castelbellino, quando il conte Trasmondo di Morro nel 1194 fece atto di soggezione alla città di Jesi. Allora il suo territorio comprendeva quello attuale di Castelbellino, di Monte Roberto e di Maiolati. Fu il primo dei sedici castelli che nel corso del 1300 si sottomisero a Jesi o furono da essa conquistati, formando così il contado di Jesi, la quale ne esercitò pieno potere nell’ambito dello Stato Pontificio fino al 1808. Fu chiamato “Castelghibellino” e poi Castelbellino, per aver dato ospitalità nel sedicesimo secolo, diventandone per qualche tempo loro roccaforte, ai ghibellini cacciati da Jesi. Notevolmente importanti alcuni reperti ceramici di origine greca rivenuti in tombe del VI secolo a.C. a Pianello di Castelbellino che testimoniano, già allora, un flusso commerciale lungo il fiume con le regioni centrali della penisola. È il primo castello che si incontra, dopo Jesi, a sinistra dell’Esino; lungo i tornanti per arrivarvi numerosi sono gli olivi secolari, quali sculture viventi, e i vigneti che narrano di un territorio ricco, un tempo come oggi, di olio e vino. Il centro storico ha conosciuto un forte calo demografico, si è invece sviluppata molto la sua frazione di Stazione con provenienze da Ancona e paesi limitrofi, incremento favorito dalle vie di comunicazione (ferrovia e strada statale) per i vicini insediamenti industriali e artigianali.

Riccardo Ceccarelli

Monte Roberto: storia e leggenda

Monte Roberto: storia e leggenda

By museosartarelli on 18 3月 2019 in 歴史

Le origini del castello sono avvolte in un miscuglio di storia e leggenda. Il 26 dicembre 1194 l’imperatore Federico II nacque a Jesi e la leggenda vuole che abbia trascorso l’infanzia nel castello di Monte Roberto fondato dal Duca Roberto il Guiscardo che, a sua volta, lo aveva realizzato sulle rovine di un altro castello eretto in precedenza da un certo Ariberto (secc. IV–VI). Storia e documenti invece ci dicono che la prima menzione di Monte Roberto risale al 1079 e che la collina, il “monte”, faceva riferimento a un signore del luogo, “dominus loci”. Roberto, nome straniero certamente non romano, da “Hrodbert”, termine germanico. Fu proprio agli inizi, nel decimo e nell’undicesimo secolo, un piccolo agglomerato dipendente di Morro Panicale (Castelbellino). Dalla fine del tredicesimo secolo, ormai “castrum” (castello fortificato), entrò a far parte del contado di Jesi per por rimanervi fino al 1808. Nei pressi di Sant’Apollinare, abbazia la cui origine è antecedente all’anno Mille, era ubicato l’insediamento romano di Planina. Tutta l’area fu adibita per secoli a coltivazione di grano e tabacco. Il centro storico ha conosciuto nei decenni del secolo scorso un forte decremento demografico a favore della frazione di Pianello Vallesina nelle cui vicinanze si è sviluppato un notevole polo artigianale e industriale. Un piccolo gioiello è conservato in quello che fino agli anni Trenta del Novecento era il Palazzo Comunale: si tratta dii un teatro “alla francese”, cioè un teatro con i palchetti scoperti, il cui restauro è attualmente in via di ultimazione. Con Villa Salvati, “una delle più belle dimore d’epoca napoleonica delle Marche”, ubicata a Pianello, Monte Roberto ricorda momenti non secondari del suo passato.

Riccardo Ceccarelli

Maiolati e il “suo” musicista

By museosartarelli on 11 2月 2019 in 歴史

Non conosciamo l’origine esatta del toponimo Maiolati. Fu “Magnolati” nel 1219, “Mangnolati” in un catasto della fine del 1200, “Magolatum”, “Magnalatum”, “Maiuletum”, “Melioratum” in altri documenti medioevali. Forse errori di grafia o “Melioratum”, perché il luogo dove sorgeva il castello era “migliore” della sottostante Villa di Talliano precedente il castello stesso? “Maglioleti” alla fine del XVI secolo, fu “Majolati” nel corso del 1700 e del 1800, finchè definitivamente “Maiolati Spontini” dal 1939 quando, per decreto, fu aggiunto il cognome del grande musicista Gaspare Spontini (1774-1851) che in Maiolati nacque e morì. Ricordato come castrum, castello, luogo fortificato, nel 1283 divenne con i vicini Massaccio (Cupramontana), Poggio Cupro e Mergo il centro più importante di diffusione della setta ereticale dei Fraticelli per cui il castello fu distrutto nel 1428. Fu ricostruito solo dopo qualche decennio: un castello sopra una rupe che, minacciando di crollare, fu rafforzato nel 1934 da un vistoso muraglione. Fece parte del contado di Jesi fino al 1808. La sua frazione, Moie, è diventata non solo più importante per abitanti e attività economiche del suo centro storico, ma il più dinamico centro – dopo Jesi – di tutta la media valle dell’Esino. Gaspare Spontini, il suo cittadino più illustre, fu musicista e compositore, noto e famoso in tutta Europa. Maiolati ha vissuto e vive tuttora nel suo ricordo come artista e benefattore, dove un museo-biblioteca ne promuove la memoria e la conoscenza e le opere benefiche da lui volute ne continuano la munificenza.

Riccardo Ceccarelli

La selva e l’abbazia

By museosartarelli on 14 1月 2019 in 歴史

Era una delle tante selve che sorgevano lungo la valle dell’Esino circa 1.000 anni fa. La chiamavano “Selva santa” e comprendeva pressappoco lo spazio occupato dall’attuale centro abitato di Moie di Maiolati Spontini. L’abbazia, l’attuale chiesa di Santa Maria delle Moie, sorgeva tra le propaggini di questa selva e il fiume Esino, una zona paludosa e lacustre detta “moia”, da cui il nome dell’abbazia stessa. Ci è difficile immaginare l’ambiente di allora: un’abbazia, una selva che quasi la circondava, la strada “romana” al suo fianco, diverse piccole chiese (San Michele delle Moie, San Giovanni di Tralivo, San Pietro di Novaglia), il castello di Moie distrutto dagli jesini nel 1201, tutto fa intendere che, nonostante la selva, la zona fosse ricca di insediamenti. All’usura del tempo sono sopravvissute la strada e l’abbazia. L’antica chiesa, ormai nascosta da tante abitazioni che si sono formate soprattutto nel corso del 1900, sta sfiorando il suo millennio di storia: i monaci rimasero nella chiesa e nell’attiguo monastero – ora caduto – fino alla metà del 1400 quando passò ai canonici della cattedrale di Jesi. Più volte rimaneggiata e restaurata conserva il suo stile romanico, a pianta centrale analoga – anche nelle misure –all’abbazia di San Vittore delle Chiuse ed è costruita in blocchetti squadrati di pietra calcarea. Le monofore creano uno spazio in penombra che facilita la preghiera e il raccoglimento: una preziosa eredità che gli antichi monaci ci hanno voluto lasciare e che quelle pietre ci hanno conservato nei secoli.

Riccardo Ceccarelli

L’antica abbazia di San Sisto

By museosartarelli on 15 12月 2018 in 歴史

Se non fosse per il grande vigneto che la circonda e per l’omonimo vino, nessuno la ricorderebbe. È rimasta solo una piccola chiesa rurale in territorio di Maiolati Spontini in contrada Talliano. Eppure per importanza, anche se non aveva analoghe strutture architettoniche, la si poteva paragonare all’abbazia di Moie o di Sant’Elena. È ricordata nel 1199, dipendeva da Sant’Elena; aveva un consistente patrimonio fondiario ed un molino nel sottostante fiume Esino. Chiesa e monastero subirono gravi danni nel 1305 a causa delle milizie fabrianesi in lotta contro Jesi.  Da quella distruzione non si riprese più, rimanendo una piccola chiesa nella campagna tra Scisciano e Maiolati. Il suo ricco beneficio fu assegnato prima al seminario di Jesi, poi a diversi cardinali, arcivescovi o vescovi, per finire come chiesetta ad area limitrofa in mani private. L’ultimo restauro la chiesa lo ebbe nel 1954. Essa non ha alcun valore storico o artistico, la sua denominazione e la storia di un piccolo monastero rimangono una preziosa testimonianza dell’operosa presenza monacale su tutto il territorio. Fino al 1700 l’area limitrofa alla chiesa era pressoché quasi tutta ricoperta da boschi di querce e di alberi ad alto fusto, attualmente è invece caratterizzata da un esteso vigneto che ricorda il ruolo che la vigna aveva nell’economia dei monasteri, anche se tutto il complesso del territorio, le Colline di Maiolati, da Poggio Cupro a Castelbellino, sul versante destro dell’Esino, sta riacquistando il suo antico aspetto boschivo.

Riccardo Ceccarelli

Mergo, quasi nascosto…

By museosartarelli on 15 11月 2018 in 歴史

È un nome unico in Italia. Non si sa bene quale sia la sua origine. Il merlo, o smergo, effigiato nello stemma comunale ci porta fuori strada, né il cormorano – uccello marino – di cui pure si è parlato non può esserne la spiegazione. Il suo nome medioevale di “Castrum Meragii” invece può darci qualche illuminazione. “Mèrago” da ‘mera’, zona paludosa, lacustre, che ovviamente si trovava ai suoi confini lungo il fiume Esino. Poi lo stesso nome si trasferì più alto dove sorse il “castrum”, insediamento fortificato, nel corso del XII secolo. Fu sempre sottomesso al Comune di Serra San Quirico, dovendolo omaggiare ogni anno, in segno di sudditanza, di un vessillo o ‘pallio’: detta sottomissione – male accettata e vissuta – si concluse con l’autonomia civile concessa da papa Leone XII nel 1827 e quella, come parrocchia, da Papa Gregorio XVI nel 1843. Dal 1926 al 1946 fu unito a Rosora costituendo il Comune dì Rosora-Mergo. A valle, nell’attuale zona denominata Angeli di Mergo, un tempo Castelluccio, nel corso di scavi programmati sono emersi numerosi reperti archeologici che testimoniano una domus rustica d’epoca romana. Mergo, adagiato su una collina tra Rosora e Serra San Quirico, quasi nascosto alla vista di chi sale verso il castello, tra i filari dei vigneti, conserva ancora la sua antica fierezza (Serra San Quirico riteneva gli abitanti di Mergo dei ‘ribelli’), unita alla vivibilità di un territorio rimasto pressoché integro.

 

Prof. Riccardo Ceccarelli

 

Rosora, un balcone sulla valle dell’Esino

By museosartarelli on 11 10月 2018 in 歴史

Arroccato su un cucuzzolo, il castello di Rosora sta quasi in disparte e guarda con distacco e insieme con curiosità la sottostante valle dell’Esino. Da Angeli – sua frazione – Castelplanio Stazione, Moie, fino a Jesi. Un vero balcone. Non solo si contempla la valle, ma gli occhi si posano anche sui castelli che gli stanno di fronte: Poggio Cupro e Cupramontana, e – digradando – Maiolati Spontini, Monte Roberto e Castelbellino. Con soddisfazione si nota come tutta la fascia collinare, da Poggio Cupro a Castelbellino, stia rivestendosi di verde e i boschi – con ampie zone di vigneti – stiano ridonando all’ambiente quell’aspetto che i monaci potevano vedere dieci secoli fa. Rosora, con tutta probabilità, fu avamposto sulla valle dell’Esino dei Longobardi del non lontano Castel Petroso (Pierosara), poi nel Contado di Jesi per sette secoli, meritandosi così l’appellativo di “fedele”.  Nelle rocce del suo territorio si sono trovati molluschi fossili di quando, a questa altezza, arrivava il mare cinque milioni di anni fa. Dell’antica struttura medioevale rimangono un torrione cilindrico e alcuni camminamenti coperti, così come si possono ancora intravvedere le mura sottoposte nel tempo a notevoli interventi di ristrutturazione a scopo abitativo. Dal 1972, per oltre quaranta anni, è sede annuale di un Convegno di Studi sul Verdicchio dei Castelli di Jesi: un motivo di orgoglio sia per la promozione che per la produzione ed opportuno punto di incontro per studiosi, produttori e tecnici del settore.

Prof. Riccardo Ceccarelli