Il blog

Questa è la sezione dedicata al mondo del Verdicchio: al suo interno troverà tutte le ultime novità riguardanti l’attività del museo, una rubrica di approfondimento interamente dedicata al nostro amato vino curata dal Prof. Ceccarelli, noto storico della valle dell’Esino e profondo conoscitore di queste terre, e tutto ciò che ha a che fare con quell’ecosistema di tradizioni, persone, ambiente che rende il nostro Verdicchio un vino unico al mondo.

Da Castelplanio il verdicchio per Roma

Da Castelplanio il verdicchio per Roma

Scritto da museosartarelli il 5 Luglio 2018 in Storia

Per Castelplanio le sue vigne sono state la sua ricchezza. Già nel Cinquecento i Capitolati comunali prescrivevano norme precise per la tutela dei vigneti e sui tempi della vendemmia. La produzione di vino doveva essere sufficiente per il consumo locale e proibita qualsiasi esportazione, così prescriveva un editto del Governatore di Jesi del 6 novembre 1675, altrimenti in genere vigeva il liberismo più assoluto come da un altro editto del 1 settembre 1677. Il raccolto ad ogni secolo crebbe notevolmente e tra i vitigni, verso la fine dell’Ottocento, si affermò quello del verdicchio sia nel territorio di Castelplanio come in quello dei comuni vicini a sinistra e a destra del fiume Esino.

Negli anni Sessanta dell’Ottocento, il Dott. Filippo Chiorrini di Castelplanio aveva una rivendita di verdicchio in Ancona, nel 1875 ottenne una medaglia d’argento durante l’esposizione di Fabriano. Con la realizzazione della stazione ferroviaria a Castelplanio sulla linea Falconara-Roma inaugurata nel 1866, incrementò il commercio verdicchio con Roma.

Molti furono gli imprenditori che da Staffolo, Cupramontana, Maiolati, Castelplanio, dalla fine dell’Ottocento ai primi decenni del Novecento, per ferrovia, dalla stazione di Castelplanio appunto, o con trasporto su gomma, portavano verdicchio a Roma. Da Staffolo ricordiamo Mariano Cantarini, Giuseppe Camerucci e altri ancora che nelle loro osterie accanto al “vino dei castelli romani” proponevano il “Verdicchio dei castelli di Jesi” di loro produzione nei vigneti che avevano a Staffolo.

È nata proprio in queste osterie la dizione “Verdicchio dei castelli di Jesi” per distinguerlo dal “vino dei castelli”.

Da Cupramontana Augusto e Domenico Cerioni, da Maiolati Eugenio Zucchi e Vincenzo Perticaroli, da Castelplanio Giovanni Cerioni che acquistava verdicchio da diversi produttori e lo inviava a Roma. Sono questi i protagonisti e i “pionieri” del verdicchio a Roma, che lo hanno fatto conoscere e facendolo diventare quasi di casa.

Riccardo Ceccarelli

Degustare il Verdicchio

Degustare il Verdicchio

Scritto da museosartarelli il 5 Giugno 2018 in Storia

Degustare il vino, non solo berlo, meno ancora tracannarlo, peggio ancora ubriacarsene: è così anche per il Verdicchio. Esso va assaggiato, assaporato, centellinato. È la modalità più appropriata per valorizzare il nostro vino, per dare cioè al migliore prodotto della nostra terra quella giusta conoscenza che esso merita, insieme al ruolo che da secoli esso ha avuto e riveste ancora nella cultura della nostra gente.
Conoscere per apprezzare.
Cosa si deve dunque conoscere del Verdicchio?
Innanzitutto il suo “essere frutto del terra e del lavoro dell’uomo”. La terra che lo produce, le sue condizioni geomorfologiche e microclimatiche che influiscono in maniera essenziale sul prodotto stesso, il vitigno nella sua specificità e il suo rapporto unico con i luoghi di coltivazione. Poi quanto l’uomo con il suo impegno, la sua passione, la sua ricerca, vi porta nell’esaltare il “prodotto della vite”, nel perfezionarlo, nel farlo rimanere il più possibile espressione di quella terra e di quel territorio. Prezioso il contributo del sommelier che guida alla scoperta dei sentori identitari attraverso l’osservazione, la percezione olfattiva e il gusto. Ogni passaggio va correlato ad approcci che ne analizzano gli aspetti più essenziali: il colore e le sue tonalità, le fragranze, i profumi e i sapori. Conoscere, assaporare, degustare il Verdicchio è una festa: una gioia per gli occhi, una delizia per l’olfatto, una soddisfazione per il gusto; è poi un momento esaltante: nel Verdicchio infatti si “nasconde” gran parte della storia della nostra terra e dei castelli dove esso è prodotto, storia attuale e dei secoli passati, vicende di passione e di lavoro instancabile, di imprenditoria, di intuizioni, di festose aggregazioni popolari. Il Verdicchio, come ogni altro vino, chiede questa applicazione dell’intelligenza per svelare tutte le sue “doti inconfessate”, abusarne invece, oltre che oscurare l’intelligenza, diventa una palese offesa e un altrettanto chiaro tradimento del vino stesso. Degustare il Verdicchio allora per rispettarlo e rispettarci.

Riccardo Ceccarelli

Ogni colle, un castello

Ogni colle, un castello

Scritto da museosartarelli il 15 Maggio 2018 in Storia

Non è una rarità la conformazione abitativa del nostro territorio, quello dei “Castelli di Jesi”, che da il nome al vino che vi si produce, sta di fatto che su ogni collina si erge un castello ma oggi, purtroppo, non lo notiamo quasi più. Con lo sviluppo che ha avuto il fondo valle, sia del fiume Esino che del Misa, l’intero territorio ha subito una trasformazione radicale. Fino ad un secolo e mezzo fa c’erano solo i castelli sui cocuzzoli delle colline o adagiati sulle propaggini delle loro sommità, le aree boschive erano molto estese e nelle parti più remote i monaci, già prima del X secolo, vi avevano costruito eremi, dimore e piccole chiese. Ma erano i castelli a dominare l’intero paesaggio. Si era costituiti come luogo di difesa e le cinte murarie ne costituivano baluardi sicuri. Il palazzo pubblico e le chiese furono i primi edifici in muratura all’interno del castello, le case in legno ben presto furono sostituite da costruzioni in pietra o mattoni, più solide dunque, segno di un’economia florida e aperta ai commerci. Si consolidarono le oligarchie famigliari e paesane che ebbero per secoli la direzione amministrativa e politica dei singoli castelli. Jesi li aveva dal Duecento sottomessi quasi tutti, unica era la legge, gli “Statuti” e unico lo stemma: il leone rampante messo sulla porta di ogni castello, segno di padronanza e di soggezione. Amministrazioni autonome ma legate a quella jesina con un “capitano” nominato da Jesi che vigilava, con tasse nettamente rispetto a quelle di Jesi. Gli “Statuti” privilegiavano con norme molto dettagliate ogni aspetto della vita politica e sociale ed economica, mentre le coltivazioni del grano, dell’olivo e della vite avevano una tutela particolare; forse anche per questo sulle nostre colline, che furono progressivamente disboscate, il grano, l’olivo ma soprattutto la vite, si impadronirono di aree estese. Così furono per secoli, come disegnate da un artista.

Riccardo Ceccarelli

La “capitale del Verdicchio”

La “capitale del Verdicchio”

Scritto da museosartarelli il 16 Aprile 2018 in Storia

Tutto il territorio “Castelli di Jesi” è oggi riconosciuto e apprezzato come la “capitale del Verdicchio”. Una dizione e un titolo che furono dati, ormai più di settant’anni fa a Cupramontana, da Guido Podaliri sul quotidiano La Tribuna del 9 luglio 1939. Non era un’invenzione, bensì un riconoscimento che andava ad un territorio che da decenni, se non da qualche secolo, privilegiava la coltivazione dell’omonimo vitigno, producendo un vino affermato in quegli anni sui mercati italiani. Iniziative come la Cattedra Ambulante di Viticoltura ed Enologia, affidata al prof. Riccardo Callegari di Conegliano Veneto, aperta nell’agosto del 1893, e la prima edizione della Sagra dell’Uva del 1928, furono volute proprio per perfezionare la coltivazione del verdicchio e promuovere la conoscenza del relativo vino. La coltivazione specifica di questo vitigno si andava estendendo dalla seconda metà dell’Ottocento quando, l’allora direttore della Regia Scuola Enologica di Conegliano, prof. Giambattista Cerletti, inviato nel 1886 a Cupramontana dal Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, nella relazione per lo stesso ministero, sottolineava come il territorio di Cupramontana fosse «eminentemente vinicolo e la produzione discretamente buona». Una realtà produttiva che si era andata potenziando dal Sei-Settecento, grazie all’esportazione dei vini nelle regioni limitrofe, raggiungendo città anche lontane. A Cupramontana “capitale del Verdicchio”, si sono poi aggiunti tutti i Castelli di Jesi il cui territorio, sia per le condizioni microclimatiche sia per la conformazione del terreno, ha ormai caratterizzato questo vino in maniera decisiva con una sua marcata peculiarità. Un titolo ormai storicizzato che ampliando la sua valenza da Staffolo a Serra de’ Conti, da Serra San Quirico a Castelbellino, rimane un punto fermo non per una rivendicazione oggi insignificante, quanto per un territorio e una terra che hanno saputo esprimere, ed esprimono tuttora, nella produzione del verdicchio un’autentica eccellenza.

 

Prof. Riccardo Ceccarelli

L’Abbazia di San Benedetto a Castelplanio

L’Abbazia di San Benedetto a Castelplanio

Scritto da museosartarelli il 20 Marzo 2018 in Storia

L’abbazia di San Benedetto de’ Frondigliosi di Castelplanio, comunemente chiamata “la badia”, appare per la prima volta nei testi storici nel 1199. La struttura, appartenente all’abbazia di Sant’Elena sull’Esino, nel suo nucleo più antico risale a due secoli prima, quindi attorno all’anno 1000, per poi percorrere senza dubbio la formazione del castello sottostante. Quest’ultimo si formò e consolidò tra il 1200 e il 1300, nello stesso periodo i monaci benedettini dell’abbazia conobbero una forte decadenza, tanto da motivare un assalto da parte delle truppe jesine nel 1294. Da quegli anni in poi, probabilmente, la struttura non fu più abitata dai monaci. Nel 1457 divenne proprietà e residenza estiva dei vescovi di Jesi, subendo varie trasformazioni e adattamenti.

Vi soggiornò, tra gli altri, il cardinal Camillo Borghese, futuro papa Paolo V (1605-1621), questo, vescovo di Jesi per soli due anni (1597-1599), vi soggiornò per una quindicina di giorni nel luglio 1598. Borghese risiedeva a Roma e governava la diocesi mediante un suo vicario generale, fu il primo di una serie di vescovi che, per gran parte del 1600 fino ad oltre la metà del XIX secolo, onorarono con la porpora cardinalizia la sede di Jesi.

L’ultimo cardinale ad abitarla fu Carlo Luigi Morichini, vescovo di Jesi dal 1854 al 1871. Egli prediligeva la “badia” per la pace e la serenità che vi si godeva.

Il sociologo e pastore diocesano Carlo Luigi Morichini, nonché poeta famoso per scrivere versi solo in latino, formò insieme ad altri sacerdoti, tra i più dotti della diocesi, un “circolo letterario”, per trascorrere delle giornate insieme, parlando di cultura e verseggiando in latino.

In una di queste sue “Epistolae”, la VII (vv. 32-34) dedicata a Castelplanio “Arx Planina”, scrive “non ego certe / Planinispernam collis tua munera, Bacche” e cioè” io certo non disprezzerò, o Bacco, i tuoi doni delle colline di Castelplanio”. Questo è un chiaro riferimento alle vigne, e al vino in esse prodotto, che circondavano la “badia” già nel XVII e nel XVIII secolo, come ci mostra un cabreo dell’epoca. Tuttora le poesie di Morichini, di indole fortemente bucolica-virgiliana coniugata con i sentimenti dell’amicizia e della familiarità, sono fonte d’ispirazione.

Prof. Riccardo Ceccarelli

L’ Azienda e il Verdicchio

L’ Azienda e il Verdicchio

Scritto da museosartarelli il 19 Dicembre 2017 in Storia

L’Azienda Sartarelli produce Verdicchio dal 1972.

Non ci sono altri vini nel suo catalogo. Ha voluto da sempre dare spazio al prodotto principe del nostro territorio, il Verdicchio dei Castelli di Jesi. Ed ha raggiuto notevoli traguardi di qualità confermati da prestigiosi riconoscimenti sia nazionali che internazionali.

È stata una scelta ben precisa: la nostra è una terra di Verdicchio, da secoli ormai. Vi crescono ovviamente altri vitigni e producono ottimi vini, ma il Verdicchio ha trovato il suo habitat migliore per le condizioni geomorfologiche e geoclimatiche da farne un prodotto irrepetibile altrove per le sue caratteristiche organolettiche e olfattive. Il Verdicchio è così veramente “l’oro delle nostre colline”, della Valle dell’Esino, situata nel cuore della Provincia di Ancona e della Regione Marche.

L’Azienda ha la sua sede in una casa colonica restaurata degli ultimi decenni dell’Ottocento, mentre recentemente, nel giugno 2017, ha inaugurato una nuova struttura adiacente come punto vendita, sala di rappresentanza e capienti spazi per convegni ed altro. Fanno da corona i vigneti dell’Azienda nei declivi collinari di Poggio San Marcello.

In questa nuova struttura si è voluto ubicare un significativo percorso “In Verdicchio Veritas Museum” che rendesse ragione storicamente del Verdicchio ed insieme delle scelte operate dall’Azienda. Il visitatore è così accompagnato da apposite didascalie disposte alla conoscenza del territorio del “Verdicchio dei Castelli di Jesi”, alla presenza della vite in epoca romana e medioevale, alla specifica presenza del Verdicchio agli inizi del Cinquecento alla progressiva affermazione nell’Ottocento fino alla suo successo nel Novecento. Immagini significative corredano il percorso che non poteva non terminare con il momento della convivialità espressa dal vino e il Verdicchio in particolare.

Verità del Verdicchio e Verità nel Verdicchio.